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Tutti Frutti Habitat

 

Quattordici habitat, quattordici diversità descrivono un percorso che si sviluppa da ricerche che mettono in evidenza corredi culturali composti da inconsce preesistenze e aspirazioni affascinate dal rinnovamento, progetti e sensazioni che connotano espressioni multiformi leggibili in ogni poetica artistica.

Il lavoro di Antonio Bardino individua il senso intimo della natura come paesaggio di indagine e di scoperta. La meraviglia di addentrarsi in una natura vegetale e generativa rimanda ad un silenzio ulteriore che si deduce attraverso un gesto pittorico en plein air, lontano nel tempo. La capacità di creare mondi che quasi letterari confinano con il fiabesco si definisce nell’operare di Gianluca Quaglia. Repertori di natura, tavole entomologiche o di specie vegetali, preziosamente preservate, lasciano spazio col ritaglio ad un’estetica del vuoto, in cui simbolica è l’assenza, segno della volatilità onirica e della forza immaginativa. Lo studio della natura come wunderkammer di stimoli progettuali è centrale nella poetica di Giulia Berra che costruisce un’utopia straniante con forti riferimenti antropologici. Le conchiglie raccolte si assemblano in miniaturistiche cosmologie che alludono al connubio consueto per l’artista tra polis e polos – città e cielo – piuttosto che in copricapi tribali o talismani apotropaici. Marianna Lodi emula l’istinto naturale a proteggersi per la sopravvivenza. Nidi come ambienti amniotici divengono emblematici di un ritorno all’essenza primaria dell’esistenza e al tempo stesso alla strutturazione di mondi complessi, innate corazze dell’intimità. Il domestico si trasforma in inquieta domotica nel paesaggio senza fine di Lucia Veronesi. L’automatismo di un atto imprescindibile ed esterno struttura e destruttura equilibri, senza rispettare i limiti dimensionali o di proporzione. L’interno e l’esterno di una casa si tramutano in scenari di continua trasformazione, oltre l’ideale di stabilità e di sicurezza dell’habitat familiare. La tessitura di Diana Tonutto dà forma ad un paesaggio di trame e colori, tattile e visibile. Filare e tessere coincidono con lo scrivere, il raccontare. Disegnare una trama e legarne i fili è atto sintattico che deriva da una ancestrale simbologia dell’oikos, di cui la filatura e la tessitura sono i racconti muti, le storie intrecciate di vita. L’eclettismo di Eva Hide inventa miti attraverso un colto rimando a dettagli tecnici tradizionali nella sapiente pittura della maiolica e accumulo iconografico che da un transgenico classicismo si contamina di un paesaggismo quasi renano, svelando il palinsesto decorativo di un piatto ornamentale. La riflessione su un mondo dionisiaco, fatto di pulsioni, contrasta con la razionalità apollinea, che nella convenzione fa prevalere l’ideale sul reale tacciato di triviale. L’interruzione di un nero misterioso interrompe la visione e oscura l’estetica esecutiva apparentemente tersa.  Francesca Ferreri riporta l’attenzione sulla riabilitazione del presente, secondo la sua pratica scultorea di assemblaggio, relazione e collegamento di oggetti e gesso. La luce si insinua tra le sculture, mettendo in atto un processo demiurgico, creativo di morfologie dettate dai contrasti tra pieno e vuoto, tra luce e buio. Il progetto site specific appositamente pensato si avvale della luce come elemento concreto che collega le forme, fatte di inclusioni e riappropriazioni,  in una rete di rimandi e legami, rappresentazione dell’universo della mente.  La dimensione dell’oggettualità è indagata da Adi Haxhiaj ricorrendo alla pittura come segno evocativo di appartenenza. Lo spazio riprodotto sull’oggetto reale assume un valore determinante per l’oggetto in sé penetrandone l’ontologia, divenendo un intero. La stratificazione è traccia di vita che perdura tenace nell’esistenza delle cose, nella resa materica di un’impressione mnemonica. La concretizzazione di un fenomeno astratto anima la progettualità di Nadia Galbiati che si ispira al razionalismo in architettura per sperimentare sculture strutturali che fendono lo spazio, ricreando l’atmosfera progettata di un intervento grafico. I pieni e i vuoti nella struttura a gabbia equivalgono al pensiero dello spazio nel mettere o togliere del progettare. Casa Rustici di Pietro Lingeri e Giuseppe Terragni è il costruito citato nelle forme e nelle immagini incise sulle superfici metalliche, permettendone così un accesso, un’immersione. L’osservazione dell’ambiente urbano è il tema centrale nella produzione filmica di David Anthony Sant. La città, Sydney,  è un organismo che cresce senza limite, un cantiere senza limiti che viene documentato nella sua continua espansione. Frammenti di vita urbana delineano un panorama economico-sociale caratterizzato da densità polarizzate, in cui l’uomo vive nella divisione secondo categorie di ricchezza, religione, etnie. La città come luogo autobiografico ritorna nel lavoro di Erica Battello. Le insegne dell’infanzia trascorsa ad Hong Kong appaiono come una costellazione immaginaria, nel rimando alla conversione visionaria di un universo contaminato e prosaico nella fantasia del gioco infantile. L’allestimento di Alice Pedroletti di una collezione dell’affettività rappresenta la sopravvivenza del passato familiare nell’accezione del ricordo. Quasi come lari contemporanei riallestiti nella bidimensionalità digitale, gli oggetti d’elezione rivivono nell’atmosfera straniante di un design che li decontestualizza, facendoli vivere come ricordi in sé, testimoni del passaggio esistenziale di una piccola e preziosa storia di famiglia. Il concetto di preservazione del genius locicontro la speculazione ispira il progetto filmico di Gea Casolaroche si dedica ad un tema di sensibilizzazione riguardo il possibile sfruttamento delle risorse petrolifere in Lucania. L’artista sceglie di operare in stretta connessione con la comunità, coinvolgendo nelle riprese le risorse umane del luogo, nel loro portato di sostegno, tradizione, collaborazione attiva e condivisione. Il linguaggio filmico si basa sulla sostenibilità realizzativa, facendo del back stage una performance collettiva.

Ai paesaggi naturali si sovrappongono quelli umani con le loro diversità, ma nel comune intento di preservarsi liberi da logiche di sfruttamento e di vani abbandoni all’illusione di un futuro che sarebbe sicuramente meno ricco di quanto non lo sia ora.

(© Fabio Carnaghi)

 


 


 



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