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Terme di Como Romana

seconda metà I – fine III secolo d. C.

A chi osservi le strutture portate in luce dagli scavi appare evidente la grandiosità del complesso termale di Como: questo labirinto di muri, pertinenti a circa una ventina di ambienti, disposti su una superficie di quasi 2800 mq, rappresenta tuttavia solo una piccola porzione di un impianto più ampio, che si estende in tutte le direzioni oltre l’area indagata.
L’incessante attività di spoglio compiuta dopo l’abbandono dell’edificio per il recupero di materiali da costruzione e le calamità naturali ci hanno lasciato solo lo scheletro di questa imponente costruzione che l’archeologia, dando rilievo ai frammenti più esigui, è in grado di riportare in vita. La parte ancor oggi visibile costituisce infatti il piano di servizio di un maestoso edificio termale, il cui corpo principale si sviluppava al di sopra di queste potenti sostruzioni. Le terme nella vita quotidiana dei Romani, rivestivano un ruolo centrale, essendo non solo un luogo dedicato alla pulizia e alla cura del corpo, ma anche alle attività culturali e alle relazioni sociali. Così accanto alle sale calde, tiepide, fredde, alle piscine e alle palestre, in questi giganteschi complessi erano presenti anche biblioteche, aule per conferenze e lezioni, zone per la ristorazione con la vendita di cibi e bevande, portici e giardini in cui si poteva passeggiare e discutere.
Negli strati di distruzione del monumento comense sono stati recuperati i resti degli apparati decorativi, costituiti da porzioni di pareti affrescate, stucchi, cornici marmoree, frammenti di pavimenti a mosaico e con intarsi in pietre colorate, e delle infrastrutture tecnologiche, come tegole “cave” (tubuli e tegulae hamatae) usate per la conduzione di aria calda lungo le pareti, che evocano l’immagine di una successione di ampi ambienti caldi e freddi, fastosamente ornati. L’analisi di questi materiali ha permesso di collocare la prima fase di vita dell’edificio nella seconda metà del I secolo d.C.: nell’area non sono risultate strutture anteriori alla costruzione dell’impianto termale, che è innalzato su spessi riporti di limo, con fondazioni che raggiungono una profondità di circa 2 m. I paramenti murari sono realizzati in blocchi squadrati di Moltrasio, legati da malta, con un nucleo cementizio in cui sono inglobate scaglie di pietra.
La planimetria è caratterizzata dalla presenza di stanze di forme e dimensioni diverse, che ricalcano al piano terra l’andamento dei vani superiori, vivacizzati da nicchie e absidi, ricorrenti nelle terme per installare vasche d’acqua calda e fredda e panche marmoree.
In questa prima fase costruttiva appare maggiormente evidente la ricerca di una disposizione simmetrica degli ambienti, con la presenza di due ampie zone poligonali gemelle sui lati est e ovest, forse adibite a palestre, di due vani rettangolari con nicchie agli angoli interni sul lato nord, rispecchiati dalle due sale ottagonali sul lato sud. A questo stadio iniziale di studio non è ancora possibile assegnare una funzione precisa ai differenti ambienti; la ricostruzione risulta complicata dalla mancanza in situ delle infrastrutture che differenziano i vani riscaldati da quelli freddi. Infatti non sono state trovate tracce delle intercapedini (hypocausta) entro cui scorreva l’aria calda, che venivano ricavate sotto il piano di calpestio sostenendo i pavimenti con piccole colonne ravvicinate, né abbiamo resti di canalette in muratura e tubature metalliche, che possano suggerire la posizione di vasche e piscine. Queste assenze, forse imputabili all’accuratezza dello smantellamento, hanno suscitato inizialmente dubbi anche sull’interpretazione del complesso, che tuttavia, dal punto di vista planimetrico trova precisi riscontri con numerosi impianti termali in varie parti dell’Impero.  La mancanza di pozzi e cisterne per l’approvvigionamento idrico potrebbe essere collegata alla vicinanza col torrente Valduce, che in epoca romana scorreva lungo il lato orientale dell’edificio, in corrispondenza dell’attuale via Dante.

In un momento successivo, collocabile nel II secolo d,C., il complesso subì imponenti modifiche volte sia all’ampliamento della struttura, con la costruzione di almeno tre nuove sale sul lato ovest, sia al cambiamento di funzione di alcuni ambienti. Le strutture appartenenti a questa seconda fase edilizia non sono distinguibili in base alla tecnica costruttiva, che rimane identica a quella riscontrata nelle evidenze più antiche, ma perché esse si sovrappongono ai muri della fase precedente, che in alcuni casi furono distrutti, in altri conservati per fornire sostegno alle nuove edificazioni. Le due aree poligonali situate sui lati est e ovest furono obliterate, per fare posto alla ristrutturazione dell’ala occidentale, che comprendeva, oltre all’aggiunta di alcuni vani , anche l’allestimento di due corridoi, che facilitavano gli spostamenti in quel settore.
Le straordinarie condizioni di conservazione di uno di questi ci permettono di ricostruire la fisionomia di tali gallerie di servizio : il corridoio (oggi parallelo a viale Lecco) era coperto da una volta a botte, ancora visibile nel punto d’imposta, con altezza di circa 2 metri, ed illuminato da feritoie, presenti ad intervalli regolari nel muro ovest. Sul lato est invece sono presenti gli accessi ai vani: un passaggio è caratterizzato da un’apertura con copertura ad arco, miracolosamente conservatasi nonostante la profondità minima rispetto al piano di calpestio di epoca moderna. Un terzo corridoio fu costruito per permettere il transito dal settore orientale al cuore dell’edificio. Queste gallerie, percorse da servi e addetti alla manutenzione, erano indispensabili per la gestione delle infrastrutture termali, perché consentivano l’accesso alle fornaci utilizzate per scaldare aria e acqua e permettevano lo stoccaggio e il trasporto veloce di legname, olio e di tutte le altre materie prime necessarie al funzionamento degli impianti. Non è escluso che il rinnovo dell’area ovest dell’edificio, con il profondo mutamento della planimetria, sia collegabile ad un potenziamento del riscaldamento o addirittura, ad un cambiamento funzionale degli ambienti, trasformati da freddi a caldi, come suggerisce l’inserimento del corridoio perimetrale, spesso messo in relazione con la presenza di fornaci.
A questo mutamento è forse ascrivibile anche il rifacimento della parete sud, che viene dotata di tre nicchie, al posto di un’unica esedra angolare. Il mantenimento delle strutture, del personale e l’organizzazione delle attività termali richiedevano ingenti risorse economiche, a cui contribuivano anche elargizioni di privati, che con queste donazioni acquisivano benemerenze nei confronti dei concittadini.
Per quel che riguarda Como, sappiamo che L. Cecilio Cilone, magistrato quattuorviro attivo nella prima metà del I secolo d. C., tramite lascito testamentario finanziò la distribuzione gratuita di unguenti nelle terme e nei bagni della città; continuando nella tradizione degli evergetismi familiari il più noto Plinio il Giovane, suo discendente, vissuto tra la seconda metà del I e gli inizi del II secolo d.C., effettuò una donazione per le terme, comprendente 3000.000 sesterzi per gli ornamenti e 200.000 per la manutenzione. Il suggestivo collegamento tra questa notizia e la seconda fase costruttiva dell’impianto di viale Lecco resta un’ipotesi verificabile.
Proprio gli enormi costi della manutenzione, insieme all’ubicazione, spesso esterna alle mura in zone più esposte agli attacchi, costituivano punti di debolezza di questi edifici, lasciati senza cure nei momenti di maggior crisi economica e instabilità politica. Il medesimo destino interessò il complesso di Como, che fu abbandonato alla fine del III secolo d.C.: la preziosità dei rivestimenti e l’abbondanza di materiale di costruzione ne resero inevitabile lo spoglio capillare, con l’asportazione dei pavimenti e dei rivestimenti marmorei delle pareti, il recupero del metallo delle tubature, il prelievo di blocchi di pietra per il reimpiego in nuove costruzioni, attività che diedero all’edificio un aspetto molto simile a quello ancor oggi visibile. (Nicoletta Cecchini)

per le immagini Soprintendenza Archeologia della Lombardia © All rights reserved
 

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