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Mauro Pellegrini e Barbara Pianca | Dimensione Zero

Dimensione zero (quello che ci piace di più) racconta una geografia intima che riporta ad uno stato originario attraverso la sperimentazione dell’annullamento delle sovrastrutture culturali ed esperienziali. Un nuovo inizio e nuove conquiste  si individuano nelle suggestioni metagenealogiche a cui la ricerca univoca dei due artisti guarda, nell’ottica propositiva di obiettivi da raggiungere e di limiti da superare.

Nel progetto specifico il tema spaziale descritto nel percorso cavernoso della galleria di un’abbazia cistercense, dominata dal binomio luce/buio nel senso di reminiscenza/scoperta, individua l’antica similitudine che associa i luoghi alla plasmabilità della cera che mantiene la possibilità di cancellabilità e riscrittura. Questa suggestione già platonica che si incontra nel Teeteto, nella figura dell’agglomerato di cera da plasmare o nella freudiana tavoletta di resina o di cera marrone scuro bordata di carta, si traduce da questo arcano percorso in palinsesto mnemonico così come nelle sue potenziali proiezioni future. Non è casuale l’associazione dei due atti – demiurgico per la scultura e proiettivo per l’immagine fotografica – nel lavoro di Mauro Pellegrini e Barbara Pianca, raccordabili nella comune vicenda esperienziale. In questi termini, la connotazione univoca della pratica creativa dei due artisti converge sul terreno della memoria –immagine, binomio di passato e futuro, affettiva per natura, cioè intesa come elaborazione dei sensi e fondata sull’emozione. L’itinerario concettuale è un vero e proprio tracciato emozionale in cui agiscono processi fisiologici attraverso cui la memoria influisce sugli organi del corpo e lo guida nel movimento. Filo conduttore di tutto il progetto è questa continua e inevitabile attività demiurgica che plasma e riplasma l’esperienza e rivisita continuamente il confronto e l’elaborazione esperienziale. La dimensione zero è l’incessante scrittura su una tabula rasa che si avvale di una memoria materiale e spaziale per cui il processo visivo diventa fatto emotivo che apre la strada alla conoscenza.

Volti sempre scolpiti in forma materiale con grandi occhi alludono in tale mondo rituale alla presenza del rappresentato. La scelta di individuare nella tipologia tradizionale della testa o del ritratto un soggetto di elaborazione contemporanea si integra nel ricorso all’installazione luminosa e a piccole fotografie deposte all’interno delle sculture e leggibili da aperture come in un caleidoscopio. Le opere di Mauro Pellegrini e Barbara Pianca superano il concetto di feticcio, di souvenir o di folklore, per approdare a nuovi linguaggi. Sculture di pane o terra dialogano con l’edibile e l’organico mettendo in gioco ogni simbolismo culturale attraverso l’antropomorfismo di reperti primordiali in equivoco con facies archeologiche immaginarie, quasi futuribili nella prefigurazione di un ritorno all’origine. Fotografie che realisticamente testimoniano un paradossale frame di esistenza, attestano inaspettatamente scenari post-digitali, in cui l’umano primigenio sconfina nella fiction. Quest’atmosfera documentaria scopre territori nuovi alla conoscenza ed aperti all’esplorazione. Il manufatto unito all’immagine digitale raccorda modalità di rappresentazione arcaiche alla cultura tecnologica contemporanea. Di conseguenza la rivisitazione assume un ruolo fondamentale nel progetto. I temi del ritratto umano o della statuaria votiva si rianimano, mentre creature immaginarie popolano una natura virginale e dominante, citando paradisi iconografici confluiti nelle esperienze massmediatiche legate allo stereotipo del benessere.

La restituzione del linguaggio visivo nella suggestione dell’eterotopo, allusione all’equivoco tra spazio virtuale e luogo reale di cui il manufatto è prova, rimanda all’elaborazione dell’immagine riflessa e rifratta, in un gioco ottico deformante e misteriosamente inconcluso nell’apertura al dubbio che si colloca tra futuro e passato, tra reale e immaginato, tra esistente ed esistito, o solamente supposto. L’eterotopo è così una forma di stimolo e le sensazioni si collocano alla base dell’impulso geografico ad ampliare un universo interiore. Da qui il paesaggismo primitivo riflette sul carattere incontaminato e primigenio dell’esperienza in cui corpo e mente, pur associati si muovono su una fluida geografia emotiva.

Il percorso concettuale che coincide con quello della mostra  è esso stesso pensato come esplorazione di una mappa mentale, in una sorta di topografia dello spazio intimo. Gli antipodi di questo viaggio si radicano nel genius loci.  L’esordio porta alla luce l’allusione ad un’archeologia personale: i calchi su terra delle sagome degli artisti dialogano con la crescita di un’edera che trae origine dall'ombelico dei corpi. Le vestigia in senso letterale delle terrae incognitae dei due artisti ripropongono il bivio tra ciò che è stato e ciò che sarà, nell’innesto tra plasticità introiettiva – la terra – e assenza proiettiva. La conclusione è affidata alla luce che proietta ritratti antropomorfi, che descrivono pittogrammi, quasi istoriazioni parietali, legame con il luogo vestibolare allo spazio liturgico in cui  luce e  buio diventano condizioni che interagiscono con la fotografia, la scultura e installazione nell’esito di un’immersione totale.

Dimensione Zero (quello che ci piace di più) è dunque una ricognizione di vissuto personale, atavica nel rimando al dualismo originario nel senso di coppia archetipica, ma in grado di superare il limite di doppio esistenziale. Un Eden equivoco, quasi ripopolato dopo il peccato originale, diventa l’isola immaginaria che si perde nell’universo delle infinite possibilità algoritmiche.



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Mauro Pellegrini e Barbara Pianca 
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