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Cosmologia Domestica

Terre diverse. Viaggio nelle biodiversità domestiche

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Cosmologia Domestica
Intervista a Fabio Carnaghi di Silvia Conta su ESPOARTE


Cosmologia Domestica costituisce un piccolo ma interessante saggio sulla ceramica contemporanea in quanto momento di valorizzazione innovativa dello storico design da tavola della tradizione ceramica italiana. Ciò che rende questo appuntamento lavenese ancora più interessante è il fatto che tale tipologia ceramica diventi protagonista dell’arte contemporanea e spunto culturale.

La dimensione domestica della ceramica è l’argomento principale che le opere dei sei artisti in mostra raccontano, determinando però l’accesso ad un excursus sulla territorialità geografica non casuale che permette di spaziare attraverso specifiche espressioni e pratiche culturali.  È dunque intenzionale  la provenienza degli artisti da centri di produzioni storiche.

È una questione di terra o meglio di terre che rappresentano l’elemento primario e primordiale della cultura materiale della ceramica. La diversità si declina nelle risorse che ogni luogo suggerisce, fa sedimentare e spesso inconsciamente traduce in immaginario. Tale cultura dell’oggetto imbandisce geografie da tavola nell’habitat domestico che ospita la biodiversità culturale. Nel concept espositivo è stato immediato il rimando alla tavola apparecchiata come dimensione inconscia di un territorio-mappa in cui le posizioni degli oggetti descrivono traiettorie e flussi, isolati e topografie, agglomerati e denuclearizzazioni nell’arbitrarietà di scelte più o meno convenzionate ad estetiche, abitudini o mode. Questa geografia temporanea fatta di orografie ceramiche si legge nei termini di un atlante che può assimilarsi all’eterea cosmologia di un firmamento, alle anatomie di un corpo o al paesaggio di uno sprawl suburbano. La tavola apparecchiata diventa un masterplan, un arcipelago, una carte de tendre, su cui gli oggetti appaiono secondo un disordine apparente o un ordine nascosto.

Si può così delineare un diario di viaggio, tracciabile in alcuni territori di tradizione ceramica italiana.

Si parte da Nove con la sua antica tradizione settecentesca.

Nel lavoro di  Paolo Polloniato i  modelli veneti della tradizione ceramica dal gusto rococò veneziano tornano ad essere spazi di campitura per scenari urbani monocromi. Il recupero di modelli originali di pezzi della manifattura Antonibon costituisce nella serie Capricci Contemporanei un prodromo conservativo che agisce nell’elaborazione di una collezione eclettica fondata sulla convivenza e sull’assemblaggio rocaille. La ricerca di Francesco Ardini conserva la consapevolezza della tradizione ceramica di Nove, oltreché l’abilità tecnica e il suo sapere laboratoriale. L’innovazione si legge nel tentativo di trasporre in concreto l’atmosfera virtuale in composizioni che proliferano e si generano nell’universo immateriale. Anche l’accezione domestica leggibile in Tributo mantiene un’interpretazione cibernetica nella rappresentazione di un trionfo da tavola che mette in discussione ogni certezza naturalistica ed ogni convenzione di décor domestico.

Faenza è l’ulteriore tappa del viaggio.

Il mondo poetico di Chiara Lecca si avvicina spesso alla ceramica come tangenza di una concezione dell’arte che fa dell’economia domestica un principio fondamentale. L’elemento organico nell’immaginario di Lecca è retaggio di una cultura agricola e fatta di tradizioni che riflettono sull’inesorabilità della natura e sul dominio dei suoi tempi. La ceramica, familiare all’artista per formazione, torna per affermare nella cultura contemporanea il riuso della tradizione e l’aristocratica autarchia della terra. Le ceramiche di Chiara Lecca sono per questo mirabilia di una Wunderkammer in cui il materiale è ambiguo e contaminato nelle composizioni di forme: le ceramiche sono opalescenti come alabastro e scultoree come marmo. La verità è celata in una sperimentazione di forme che trasformano in design ciò che semanticamente gli è più lontano. La ceramica faentina è una suggestione demateriallizzata in Dancing Columns di Devis Venturelli, che costruisce un museo flottante da un archivio storico digitalizzato. I vasi di ogni epoca e stile costituiscono colonne ascendenti; una danza digitale di immagini si manifesta nell’horror vacui di una prospettiva senza fine. La ceramica immateriale si anima nella consuetudine dell’artista di travalicare gli opposti, tra architettura e anarchitettura, tra staticità definiva e temporaneità, tra realtà e finzione.

Il viaggio continua a Laterza.

Eva Hide (Mario Suglia e Leonardo Moscogiuri) è il caso più autorevole che oggi si possa incontrare sul territorio della maiolica laertina. I due artisti si avvalgono dell’istoriato laertino che raggiunse i suoi fulgori tra Cinquecento e Settecento. La tecnica monocroma turchina su smalto bianco è continuata da Eva Hide nel rinnovamento di un’estetica ispirata dall’accumulo che spesso si addensa in ambiente domestico. Il linguaggio tradizionale della maiolica dipinta si trasfigura in installazioni che svelano un mondo sotterraneo e sanguigno, dalla forza incontenibile propria della cultura mediterranea. L’installazione racconta in modo sintetico lo spirito dionisiaco attraverso la scena dipinta su grande piatto con Bacco e i bevitori secondo gli stilemi della maiolica settecentesca di Laterza. Il piatto conserva il resto triviale di un rapace, reperto senza tempo o feticcio apotropaico.  

La traiettoria ripiega di nuovo a nord, su Laveno.

L’esperienza della manifattura ceramica lavenese è stata un esempio che ha formato un’idea di design lungimirante e innovativo sia sotto il profilo tecnologico che culturale. La ceramica lavenese si è distinta nella produzione di servizi da tavola, oggi repertorio di cultura materiale che coinvolge life style e pratiche sociali. I pezzi storici della collezione di servizi da tavola sono testimonianza di un’esigenza di rappresentazione nel rituale sociale di classi emergenti che accedono a un processo di livellamento tra cultura alta e cultura popolare. La produzione in serie ha reso così disponibili oggetti un tempo esclusivi dell’alta società, inaugurando un fenomeno di haute couture democraticizzata.  

Questa tradizione è ribadita da Sponde Emerse, un progetto specifico che Lorenza Boisi ha dedicato alla sua terra di adozione. L’installazione è composta da pezzi che nascono da una ricognizione pressoché archeologica di frammenti ceramici e scarti di lavorazione che il Lago Maggiore ha restituito sulle sue sponde. L’intervento dell’artista ricompone in assemblaggi materici i reperti di cultura industriale e dà loro nuova vita in un servizio da tavola che rimanda oniricamente alla fantasia che ha animato la stagione aurea della ceramica lavenese.

(© Fabio Carnaghi)

SALA 1

1. Lorenza Boisi, Sponde Emerse,  2016, ceramica e residui di lavorazione ceramica Lavenese emersi dalle sponde di Laveno

2. Chiara Lecca, Black Belly #3, 2015, ceramica, Courtesy Galleria Fumagalli, Milano

3. Francesco Ardini, Tributo, 2015, ceramica, smalto lucido bianco, ossido verde su cristallina semiopaca, smalto blu elettrico opaco, lustro oro, metallo, Courtesy Federica Schiavo Gallery, Roma

 

SALA 2

4. Devis Venturelli, Dancing Columns, 2016 videoinstallazione (24’ loop)

5. Paolo Polloniato, Capricci Contemporanei, 2008 – 2015, ceramica in terra bianca con decoro sotto cristallina lucida su modello originale Manifattura Barettoni, già Antonibon, Nove (VI)

6. Chiara Lecca, Diptych of true fake marble, 2014, maiolica, porcellana, vescica animale, Courtesy Galleria Fumagalli, Milano

7. Eva Hide, SALA 7/corredo funebre, 2016, maiolica dipinta

8. Lorenza Boisi, Sponde Emerse,  2016, ceramica e residui di lavorazione ceramica Lavenese emersi dalle sponde di Laveno, piatto



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