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Florencia Martinez | Hay restos de amapolas

Il percorso artistico di Florencia Martinez è la rappresentazione di una filosofia della sopravvivenza. Il ricordo familiare, alla stregua del residuo materiale, diventa assemblaggio dal design organico che ricicla allo stesso modo tessuti, immagini, stati d’animo. La vicenda biografica nella produzione dell’artista ha una valenza fondamentale e in questi termini il legame con il suo Paese d’origine è essenziale sia nell’approccio comunicativo che nelle modalità esecutive. L’Argentina è luogo di grande suggestione e sperimentazione per  Florencia Martinez, che – pur essendone lontana – costruisce un ponte concettuale e culturale con la sua terra. La tematica della sopravvivenza nasce dalla riflessione sulle storie della famiglia e su quelle che l’Argentina ha conosciuto. Partire da zero, ovvero ripartire, equivale a costruire e ricostruire legami, ricucirli per dare loro nuova vita o semplicemente per salvarli dall’abbandono e dalla dimenticanza. Questa poetica si apre così a scenari più estesi, nati dalla suggestione della pratica e della gestualità dei cartoneros. La stagione del Tren Blanco ha ispirato il lavoro di Florencia Martinez che in un progetto specifico raccoglie le tracce di un’esperienza di vita emblematica per l’Argentina contemporanea.

Hay restos de amapolas è dunque un racconto per immagini che esprime la fertilità nella similitudine organica della povertà, che lontana dal  denaro fa necessità e virtù di un’economia della raccolta, della conservazione e del riuso. La volatilità della scarsità, ma anche la sua rivalutazione per la vita, convivono accanto agli scenari di abbandono e di violenza selvaggia delle villas miseria.

I carritos realizzati dall’artista portano con sé questa duplice funzione iconica. La prospettiva del raccolto abbondante, testimoniata dalla scelta di attrezzi agricoli di legno, è ribadita da cornucopie che nelle trasparenze cristalline di bottiglie in vetro o nell’evocazione di pepite dorate prefigurano l’Eldorado, il Paese di Cuccagna, il mito della corsa all’oro. Al rovescio di questa suggestione, le strutture che invadono i carretti frugali sono intrichi problematici, installazioni di fortuna che riabilitano scarti di tessuto esausto, che nell’horror vacui ammettono il peso e l’insostenibilità di una condizione. I carritos carichi di scorie della società industriale assumono il valore aggiunto dell’opportunità pesante e alleviante nel contempo. L’artista riveste, protegge e attutisce questi oggetti che aspirano ad una vita ulteriore, circondati dalla stessa aura che emanano per chi vi coglie un significato estremo di vita. Il sogno è invece affidato a tessuti candidi come nuvole, a cassetti riusati come contenitori di aspirazioni, a immagini poetiche di riposo e di una frugalità serena. Il bianco di rasi e tessuti preziosi crea oggetti surrealisti che dialogano inevitabilmente con la storia, nell’allusione al Tren Blanco, simbolo di misero conforto di un’intera stagione di viaggi dal Conurbano di Buenos Aires, all’indomani della crisi del 2001. L’equilibrio ossimorico della mostra svela l’inesauribile forza del riscatto, la possibilità del rifiuto che diventa tesoro, ma anche l’equivoca funzione del riposo per dimenticare. Aleggia l’inquietudine delle villas miseria dove il sostegno non è solo il rifiuto, ma anche il paco, droga chimica abusata dai giovani, essa stessa scarto della produzione di cocaina.

Il progetto restituisce costruttivamente la complessità di questa filosofia della sopravvivenza, ovvero della povertà come laboratorio del futuro, valorizzando attraverso la pratica artistica l’autosussistenza del sistema povero del bidonvillage,  fondata su forme di artigianato locale che utilizza come materia prima i rifiuti della città industrializzata. Florencia Martinez esplora i meandri di questa antropologia culturale che per contrasto abbina il decoro con la funzione, proprio come gli abitanti delle bidonville decorano le loro case costruite con i rifiuti del mondo industriale, rievocando quella pratica che in tutte le epoche nell’architettura rurale ha fatto ricorso ai materiali d’ingombro per l’agricoltore, come paglia, argilla, pietre e legno. In questo mondo che rifiuta e riabilita in nuove forme il rifiuto, in cui il recupero sostituisce l’acquisto, che fa del baratto un’economia nuova, alternativa a quella del denaro, in cui il lavoro per la sussistenza spodesta l’occupazione, il progetto di sopravvivenza dell’artista traccia la strada di una vita oltre quella materiale. Florencia Martinez si cala totalmente nella realtà contrastante del rifiuto come chance di vita ma anche come diniego disincantato, rigenerando le sue potenzialità di esistenza e offrendo una nuova vita allo scarto di norma emarginato e abbandonato dalla società globale. 



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El Tren Blanco  
Florencia Martinez